Essere cristiani nel nostro tempo (1)

Tempo fa ho avuto uno strano dialogo con una persona che mi raccontava i problemi che incontrava da tempo nel suo lavoro. Ad un certo punto mi venne spontaneo interromperla e chiederle se era abituata a pregare Dio perché l’aiutasse. E fui colpita dalla sua risposta:

«E’ da tempo che ho smesso di farlo, perché ho deciso di non disturbarlo più per i miei problemi».

Una risposta che rimanda inevitabilmente alla riflessione sulla fede: che cos’è e che cosa comporta per la persona e per la sua vita?

Se l’essere umano è stato creato per la relazione con Dio e a Sua immagine e somiglianza, che cosa può significare questa decisione di rompere il rapporto con Lui o di rifiutarlo fin dall’inizio?

Alla luce degli studi sull’argomento e delle testimonianze di molti cristiani, penso che le difficoltà che una persona incontra oggi, nel percorso verso una forma di fede che sia al tempo stesso esperienza di crescita umana, provengano sia dalla persona stessa, sia dal suo ambiente familiare e sociale. Pertanto, se consideriamo che la fede è l’adesione personale a un valore che si ritiene importante per la propria vita, diventa necessario riflettere su entrambe le cause.

 

La fede in tempo di crisi sociale, culturale, antropologica.

 

In molte occasioni Papa Francesco ha invitato a riflettere su questo tema, parlando di un cambiamento d’epoca. Ricordiamo alcuni passaggi dei discorsi alla curia romana per gli auguri natalizi del 2019 e del 2020: 

 

2019.https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa-francesco_20191221_curia-romana.html

 

 “ … Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata. Ciò fu sottolineato da Benedetto XVI quando, indicendo l’Anno della Fede (2012), scrisse: «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». E per questo fu istituito nel 2010 il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, per «promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e sono presenti Chiese di antica fondazione, ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di “eclissi del senso di Dio”, che costituiscono una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo». (…).

   La percezione che il cambiamento di epoca ponga seri interrogativi riguardo all’identità della nostra fede non è giunta, a dire il vero, all’improvviso”.

 

 

Ricordiamo anche il Discorso fatto nella stessa occasione dell’anno successivo, nel 2020:

 

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/december/documents/papa-francesco_20201221_curia-romana.html

 

In quella circostanza il Santo Padre invitò a guardare la crisi della pandemia “come un’occasione propizia per una breve riflessione sul significato della crisi, che può aiutare ciascuno”.

 

5. “La crisi è un fenomeno che investe tutti e tutto. È presente ovunque e in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione. Si tratta di una tappa obbligata della storia personale e della storia sociale. Si manifesta come un evento straordinario, che causa sempre un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare. Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura.

 

Anche la Bibbia è popolata di persone che sono state “passate al vaglio”, di “personaggi in crisi” che però proprio attraverso di essa compiono la storia della salvezza.

(…)

 

Come guardare la crisi?

 

6. (…) “Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo. Siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi. E’ il Vangelo che ci mette in crisi. Ma se troviamo di nuovo il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio. «Perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore» (Sir 2,5)”.

 

7. (…) La novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). L’atto di morire del seme è un atto ambivalente, perché nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Chiamiamo lo stesso momento morte-marcire e nascita-germogliare perché sono la medesima cosa: davanti ai nostri occhi vediamo una fine e allo stesso tempo in quella fine si manifesta un nuovo inizio.

 

In questo senso, tutte le resistenze che facciamo all’entrare in crisi lasciandoci condurre dallo Spirito nel tempo della prova ci condannano a rimanere soli e sterili, al massimo in conflitto. Difendendoci dalla crisi, noi ostacoliamo l’opera della Grazia di Dio che vuole manifestarsi in noi e attraverso di noi.  Perciò, se un certo realismo ci mostra la nostra storia recente solo come la somma di tentativi non sempre riusciti, di scandali, di cadute, di peccati, di contraddizioni, di cortocircuiti nella testimonianza, non dobbiamo spaventarci, e neppure dobbiamo negare l’evidenza di tutto quello che in noi e nelle nostre comunità è intaccato dalla morte e ha bisogno di conversione. Tutto ciò che di male, di contraddittorio, di debole e di fragile si manifesta apertamente ci ricorda con ancora maggior forza la necessità di morire a un modo di essere, di ragionare e di agire che non rispecchia il Vangelo. Solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. I Padri della Chiesa erano consapevoli di questo, che chiamavano “la metànoia”.

 

   E’ bene sottolineare che la parola greca metànoia significa conversione, cambiamento di vita che comporta per la persona il cambiamento di mentalità o di orizzonte.

Si tratta di un cambiamento che tocca 3 aspetti della vita:

  • religioso: indica la decisione di mettere Dio al di sopra di tutto e la disponibilità a fare i conti, con la propria vita, con il Suo primato;
  • etico/ morale: indica la decisione di non servire agli idoli (come ad es. il denaro, il potere, il successo, il piacere) né di esserne schiavi subordinando ogni interesse personale alla giustizia;
  • intellettuale: indica l’apertura alla saggezza umana che si esprime nel ragionare ricercando le ragioni profonde del vero e del falso.

 

“Che cosa fare durante la crisi?”

 

Nel par. 9  Papa Francesco afferma che occorre innanzitutto, accettarla come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio su ciascuno di noi e per la Chiesa tutta. Occorre entrare nella logica apparentemente contraddittoria che «quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). Si deve ricordare l’assicurazione data da San Paolo ai Corinzi: «Dio è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1 Cor 10,13).

 

Fondamentale – conclude il Santo Padre – è non interrompere il dialogo con Dio, anche se è faticoso. Pregare non è facile. Non dobbiamo stancarci di pregare sempre (cfr Lc 21,36; 1 Ts 5,17). Non conosciamo alcun’altra soluzione ai problemi che stiamo vivendo, se non quella di pregare di più e, nello stesso tempo, fare tutto quanto ci è possibile con più fiducia. La preghiera ci permetterà di “sperare contro ogni speranza” (cfr Rm 4,18).

 

   Nei prossimi articoli continueremo a parlare della crisi della fede ma anche della sua natura, delle condizioni per preservarla e farla crescere, anche con il contributo e le  testimonianze di altri fratelli e sorelle. 

 

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